Uno dei temi più difficili da affrontare nella propria vita sia professionale che umana è quello della gestione del cambiamento.
Tutti noi ci siamo trovati in determinanti momenti della nostra vita a dover affrontare un cambiamento significativo (ma vale anche per i cambiamenti meno impattanti): dalla scelta di mettersi in proprio, alla scelta di metter su famiglia, da un evento esterno che cambia in modo radicale il nostro stile di vita a un collaboratore che dopo anni lascia il nostro studio per tentare la propria strada.
Di fronte al cambiamento gli esseri umani si dividono generalmente in due categorie: il pessimista che vede nel cambiamento unicamente la possibilità che le cose peggiorino e che all’orizzonte si profili ogni genere di catastrofe e di sciagura in arrivo e l’ottimista che invece vede nel cambiamento una possibilità di miglioramento, di progresso e di crescita. Il classico dualismo tra chi vede il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto.
Io aggiungerei a queste due categorie, i pessimisti e gli ottimisti, anche una terza categoria che mi piace definire quella degli Ingegneri che, trovandosi davanti al proverbiale bicchiere riempito a metà di un buon vino rispondono sornionamente che non è né mezzo pieno né mezzo vuoto ma che è pieno per metà di vino e per metà d’aria. Questa risposta è ovviamente la più interessante perché implica di aver osservato con attenzione il bicchiere, ma più in generale il problema o una situazione che ci si pone innanzi, senza lasciarsi influenzare dal proprio stato d’animo o dalla propria visione più o meno positiva del futuro.
Questo stesso atteggiamento lo possiamo trovare quando ci si trova di fronte ad un cambiamento. Quanti colleghi sentiamo lamentarsi del proprio software gestionale eppure non osano cambiarlo per timore di trovarne uno magari anche peggiore? Quanti colleghi lavorano in studi o con clienti che non li soddisfano ma non hanno il coraggio di interrompere rapporti professionali che li frustrano per il solo timore di non poter trovare di meglio? Quante scelte vengono prese nei nostri studi nel nome del “si è sempre fatto così”?
Questo atteggiamento ostile al cambiamento non ci porta altro che degli enormi problemi che, come è ovvio, generalmente non si risolvono da soli con il semplice passare del tempo e sono la causa per la quale molti professionisti validissimi hanno una carriera lavorativa tutto sommato mediocre e monotona mentre avrebbero le potenzialità per avere successo, soddisfazioni economiche e moltissimo stress in meno.
Ma se questo atteggiamento di ostilità al cambiamento è assolutamente dannoso e deleterio in tutti i campi della nostra vita vi è un atteggiamento probabilmente ancor più dannoso che è quello diametralmente opposto del cambiamento a tutti i costi. Quello del cambiamo perché cambiare è bene a prescindere. Quello del non ho capito perché qui si fa così e si è sempre fatto così ma nel dubbio cambiamo.
Un errore del genere fu fatto dai coloni europei quando, giunti nell’Africa Sub Sahariana, videro gli indigeni del posto girare completamente nudi e ricoperti di fango e, ritenendoli dei selvaggi che non conoscevano pudore e decenza, non trovarono di meglio che lavarli dal fango e vestirli “alla occidentale”. I poveri indigeni morirono tutti sterminati dalle febbri malariche e dalle altre malattie trasmesse dalle zanzare contro cui l’unico rimedio, noto da tempi antichissimi alle tribù indigene, era proprio quello di coprirsi di fango dalla testa ai piedi, esattamente come fanno anche molte specie animali della savana. La superbia dei colonizzatori europei che avevano voluto cambiare abitudini agli inermi indigeni senza prima chiedersi perché mai si coprissero di fango è stata una leggerezza che hanno pagato caro (gli indigeni ovviamente).
Qual è quindi l’atteggiamento giusto da adottare sia nella nostra vita professionale che in quella personale?
Quello di non lasciarsi prendere dall’ottimismo o dal pessimismo ma di analizzare attentamente il cambiamento che ci si prospetta e magari chiedere consiglio a qualcuno più esperto di noi.
Anni fa, presa la decisione di mettermi in proprio, commisi l’errore di utilizzare per il mio studio con clienti piccoli e piccolissimi, lo stesso software gestionale che utilizzavo nella multinazionale americana dalla quale ero fuoriuscito: un disastro! Calcolare l’iva di un piccolo esercizio commerciale richiedeva sforzi e tempi inaccettabili. Fu un mio Collega a suggerirmi di provare diversi softwares gestionali sino a che approdai a quello più adatto al mio studio ed ai miei clienti. Gliene sono grato ancora adesso!
Il mio suggerimento quindi è di approcciare il cambiamento come farebbe la categoria degli Ingegneri e di usare una visione analitica del cambiamento. Per migliorare è necessario cambiare ma cambiare non è necessariamente un miglioramento. Un ingegnere direbbe che il miglioramento non è una funzione iniettiva del cambiamento. Per dirla in parole povere c’è sempre il rischio di cambiare in peggio.
La buona notizia è che di Colleghi, amici, conoscenti, collaboratori e persino clienti in grado di darci un suggerimento per valutare quali cambiamenti siano per noi vantaggiosi ce ne sono più di quanti comunemente si creda e basta solo aver un minimo di buon senso e chiedere un consiglio, spessissimo gratuito, a chi ci è già passato prima di noi.