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La crisi di vocazioni

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3 Settembre 2025

Uno dei fenomeni che ha caratterizzato la nostra Professione nel corso per lo meno dell’ultimo decennio è la crisi di vocazioni: un numero via via decrescente di aspiranti colleghi si iscrive al registro praticanti e sempre più giovani decidono di intraprendere altre carriere in banca, in azienda o altrove.
Questa disaffezione per la Professione rischia di avere nel medio lungo termine degli effetti esplosivi andando ad intaccare il futuro della nostra categoria e la sua stessa esistenza e al momento non sembra esserci alcun antidoto a questo lento ma forse non inesorabile declino.
Quali sono quindi le ragioni che spingono tanti giovani a trovare in un sicuro (ma è poi cosi sicuro?) posto in banca o in una grossa azienda anziché tentare la strada della libera professione? Ed esiste un rimedio a questa crisi di vocazioni che ci permetta, come altre professioni, di avere quel naturale ricambio generazionale che consenta di ipotizzare un futuro che ci veda ancora protagonisti?
Le ragioni di tale decrescita sono molteplici e, scambiando quattro chiacchiere con qualche giovane studente ancora sui banchi dell’Università o appena uscito dall’esame di laurea, ce ne si rende subito conto.
Innanzitutto un numero preoccupante di studenti o neo laureati guarda al proprio futuro con grande preoccupazione ed incertezza: una delle risposte più frequenti che si ottiene chiedendo quali siano le aspettative per il proprio futuro lavorativo è il concorsone pubblico. Nel Nord Est produttivo e operoso sentire decine di brillanti giovani che si immaginano passare la loro vita in un qualche ufficio pubblico a far arrugginire le loro competenze e le loro capacità è un boccone difficile da mandare giù.
Chi poi tenta la strada del privato mandando Curricula ad aziende ed imprese ai colloqui fa delle richieste che al sottoscritto paiono assurde: part time, telelavoro, non un ora di straordinario, nessuna mobilità o trasferta e così via. Nessuno che chieda un piano di sviluppo della carriera o che sia disposto, in cambio di un sacrificio iniziale in termini di impegno o di spostamento, ad avere un aumento in termini di retribuzione. E se queste considerazioni sono impattanti nel mondo delle aziende lo sono ancor di più nel settore della libera professione dove l’impegno e i sacrifici nei primi anni sono sicuramente maggiori in termini di lavoro e studio dato che i casi, una volta frequenti, di praticantati gratuiti al giorno d’oggi sono pochi o nessuno data la cronica scarsità di praticanti.
Un altro fattore di crisi deriva dal fatto che, per lo meno in termini di comunicazione, la nostra categoria sembra incapace di comunicare quale sia esattamente il nostro lavoro. Chiedendo ad uno studente o ad un comune cittadino di che cosa si occupi un iscritto al nostro Albo si ottengono le risposte più diverse e bizzarre. Per qualcuno siamo una specie di ufficio pratiche auto che produce documenti come visure o bilanci, per altri siamo degli esperti nel calcolare tasse e balzelli, per altri ancora siamo degli azzecca garbugli il cui compito è cercare di lenire un prelievo tributario insostenibile con trovate e magheggi ai limiti del lecito senza contare l’enorme massa che ci scambia per Patronati, Caf, associazioni di categoria e simili.
Questa confusione sul nostro ruolo e sulle nostre competenze ovviamente fa il gioco degli altri operatori economici, penso alle Banche ma è solo per fare un esempio, che possono comunicare ai loro futuri collaboratori e dipendenti quale sia esattamente il loro mestiere e attrarre i migliori elementi molto più facilmente.
Il fattore però che mi sorprende di più ed è forse il solo che noi possiamo contrastare con maggiore efficacia è l’immagine che noi stessi diamo della nostra Professione quando ne parliamo con dei non addetti ai lavori.
Una parte maggioritaria dei Colleghi dipinge questa professione come una strada senza uscita fatta di sacrifici che non danno alcuna soddisfazione, di clienti con i quali si hanno rapporti difficilissimi, una normativa farneticante che ci costringe a uno studio incessante e spesso non sufficiente, uffici pubblici in cui regna il caos più incredibile e concludono immancabilmente asserendo che se potessero tornare indietro farebbero sicuramente un altro lavoro.
Se questo è l’appeal che noi diamo alla nostra professione nel tentativo di invogliare i giovani a seguire le nostre orme non stupiamoci se vediamo i migliori talenti che escono dai nostri atenei dirigersi a passo di trotto verso altre carriere ed altri sbocchi.
Moltissimi altri settori economici, pensiamo a Banche, Assicurazioni e società di consulenza, hanno subito dei colpi durissimi con il continuo susseguirsi di crisi che hanno investito l’economia negli ultimi 15 anni eppure non si sono mai sognati di dipingersi come soggetti in crisi in cui fare carriera è diventato impossibile. Avete fatto caso a quanti sportelli bancari sono stati chiusi nelle nostre città negli ultimi 5 anni? Eppure non sentirete mai i recruiter degli istituti di credito suggerire ai loro stagisti o aspiranti impiegati di tentare di fare fortuna in altri settori. E le altre professioni, anche quelle colpite dalla sferza della crisi, che hanno visto crollare il numero dei loro iscritti (penso alla professione legale giusto per fare un esempio) e che hanno visto ridursi drasticamente i loro introiti? Si dipingono come una strada di sicuro successo e di ruolo centrale per il mondo economico e produttivo.
Se non vogliamo essere messi al margine del tessuto produttivo e industriale di questo Paese dobbiamo ricominciare ad attrarre alla nostra Professione i migliori giovani e gli studenti più in gamba, invogliarli ad intraprendere una carriera che ha ancora moltissimo da offrire a chi la voglia intraprendere e dobbiamo essere in grado noi per primi di descriverci come una categoria professionale dotata di una preparazione tecnica inavvicinabile, di capacità e competenze indispensabili ad aziende ed imprenditori e toglierci il brutto vizio di lamentarci in continuazione.
I vertici della nostra Professione sembra che si stiano muovendo nella direzione di un nostro maggior coinvolgimento nelle riforme di cui questo Paese ha disperatamente bisogno, fiscali in primis, e credo che da parte nostra sia giusto iniziare a descrivere questa Professione per quello che è veramente: indispensabile al Paese, faticosa si ma entusiasmante, in grado di dare ancora soddisfazioni economiche e non solo.
Io per parte mia non cambierei mestiere per nulla al mondo e se tornassi indietro lo inizierei un mese prima. Voi potete anche pensare che io mi sia ammattito ma almeno non passerò la vita a fare un lavoro poco gratificante.

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