Caro Direttore
Immagino che lei fosse ancora troppo giovane per aver assistito, alla fine degli anni 60, alla rivoluzione avvenuta nel mercato degli orologi da polso con il lancio sul mercato dei primi orologi al quarzo giapponesi.
Di punto in bianco quelli che sino ad allora erano considerati degli indispensabili oggetti della vita quotidiana e degli accessori imprescindibili del vestire elegante divennero immediatamente obsoleti, superati ed antiquati. Chi li aveva portati al polso con eleganza ed un pizzico di civetteria li relegò in fondo ad un polveroso cassetto o, peggio ancora, si recò in qualche gioielleria del centro a barattarli con questi prodigi del Sol Levante, alimentati a batterie grandi come un bottone che garantivano una precisione formidabile, impossibile anche al più accurato orologio meccanico elvetico.
Subito imprenditori e professionisti fecero a gara a sfoggiare questi prodigi della tecnologia e immediatamente questi piccoli led rossi fecero capolino sotto i polsini delle camicie accompagnati da uno sguardo di superiorità nei confronti di chi, come me, rimaneva fedele al proprio segnatempo regalato dal padre il giorno della laurea, segno tangibile di una maturità raggiunta non solo a livello lavorativo.
Una foto che conservo testimonia che, nel furore tecnologico del tempo, un Omega Speedmaster, orologio tutt’oggi prodotto e ricercatissimo, costava meno di un comune Seiko al quarzo, che viene tutt’oggi prodotto ma che si può acquistare a qualche decina di euro a differenza del primo orologio sbarcato sulla luna.
Che cosa è successo viene da chiedersi. Che cosa ha alla fine spostato l’ago della bilancia verso orologi meccanici dotati di una tecnologia degli inizi del secolo ed ha invece ridotto il valore degli orologi al quarzo dotati del fior fiore della tecnologia elettronica?
Chi, come me, è appassionato di orologi lo sa benissimo.
Un orologio non è semplicemente uno strumento che ci dice che ore sono, che ci sveglia per tempo la mattina o ci suggerisce di scolare la pasta prima che diventi colla da manifesti.
Un orologio dice agli altri tantissime cose su di noi. Sherlok Holmes, ne Il Segno dei Quattro, descrive ad un allibito Watson della vita e della morte del fratello deducendolo semplicemente dal suo orologio da taschino. Un orologio racconta il nostro gusto, la nostra passione per il mare o per la vela, il nostro amore per i viaggi o per il lusso, racconta il nostro raggiungimento di una solida posizione economica o sociale. Chi ama, scherzo del destino, orologi da immersioni prodotti in un paese che non è lambito dal mare è molto diverso da chi ama orologi sottilissimi con cinturini in pelle di coccodrillo così come un appassionato collezionista cercherà il modello prodotto in serie limitata mentre l’amante del design sfoggerà un orologio Bauhaus praticamente introvabile.
Tutte queste considerazioni, purtroppo o per fortuna, sono del tutto aliene ad un popolo, quale quello Nipponico, amante della precisione ma anche della omologazione, della tecnologia ma non della individualità. Per questa ragione, dopo una prima ondata di entusiastici acquisti di orologi al quarzo, si è tornati pian piano ai cari vecchi orologi meccanici che, ad oggi, fanno felici i collezionisti ed i gioiellieri che li vendono.
Perché questa mia lettera si starà chiedendo? Perché lei è il direttore del Commercialista Veneto, periodico della nostra Professione da 58 anni. Molti colleghi, analogamente a quanti negli anni 60 si erano entusiasmati con la tecnologia del quarzo, sostengono che il formato cartaceo sia oramai obsoleto e antiquato e vorrebbero sostituirlo tout court con una sua versione Web più moderna e fruibile.
A questi Colleghi e a lei vorrei suggerire di usare un po’ di buon senso. Un periodico cartaceo è molto diverso da un sito nel mare magnum del web. Siti che trattino di materie attinenti alla nostra professione ce ne sono a migliaia e molti di questi sono di un livello qualitativo scadente. I periodici cartacei si contano sulle dita di una mano e questa è tutt’altra faccenda.
Rinunciare al prestigio di un formato cartaceo e alla autorevolezza che solo la carta stampata può avere è un po’ come scambiare un prestigioso orologio elvetico coronato con un orologio al quarzo da qualche decina di euro. Non è che si rischia di fare la fine di quei colleghi che, all’avvento dei quarzi, si sono precipitati in gioielleria a scambiare un cronografo svizzero con un orologio che oggi troviamo come premio nel fustino di un qualsiasi detersivo e adesso si mangiano le mani?
Non è più saggio mantenere una versione cartacea abbinata a una bella e funzionale versione digitale con lo stesso criterio per il quale abbiamo un orologio elegante e costoso da sfoggiare nelle grandi occasioni e cerimonie mentre magari ne abbiamo uno più a buon mercato da usare durante lo sport o in una scampagnata tra amici?
Lettera Firmata