Uno degli argomenti che suscita i maggiori dibattiti quando si parla di economia Italiana è quello dell’imposizione fiscale: un Paese ricco di storia, di cultura, di eccellenze (e il recente CV Forum lo ha confermato una volta di più) e di altri mille talenti Italici dovrebbe attirare da tutto il mondo investitori ed aziende desiderose di mettere a frutto tutte le opportunità che uno Stato come il nostro può offrire. Tuttavia gli investitori esteri esitano e, spesso, preferiscono optare per altri paesi che hanno potenzialità decisamente minori di quelle che offre l’Italia. Perché?
Chi di noi lavora con investitori ed imprenditori esteri lo sa benissimo: la ragione è il complicatissimo rapporto tra contribuente e fisco.
Spiegare il tax rate tra i più alti dei paesi europei è già faticoso e spiegare il cuneo fiscale, per effetto del quale al lavoratore dipendente cui si mettono in busta paga mille euro e se ne spendono almeno altrettanti in ritenute e previdenza è ancor più difficile, ma quello che risulta impossibile spiegare a chi vuol fare impresa in Italia è la assoluta incertezza normativa e l’aspetto sanzionatorio che ne scaturisce.
Chi di voi ha letto l’articolo del Collega Marco della Putta nel numero 264 del Commercialista Veneto “Rivalutazione degli intangibili aziendali: la scarsa affidabilità del Fisco Italiano” sa già di cosa parlo.
Il tema è quello noto e stranoto della rivalutazione degli assets intangibili aziendali, opportunità sfruttata da moltissime aziende anche e soprattutto per le aliquote assolutamente favorevoli su cui il Governo ha fatto retrofront andando a rimodulare il beneficio in 50 anni o permettendo al contribuente, che pure aveva coinvolto advisors, consulenti e tecnici, di “smontare” l’operazione. Se gli imprenditori nostrani hanno reagito con le consuete invettive contro il Fisco e contro i consulenti che li avevano consigliati (noi per intenderci) ma poi, abituati alle continue giravolte del mondo fiscale, si sono rimessi al lavoro, quelli che sono rimasti letteralmente scioccati sono stati gli investitori esteri.
Per i responsabili delle branch italiane di multinazionali tedesche, anglosassoni o americane la doccia gelida di questo dietrofront ha avuto e avrà un effetto dirompente sulle scelte a venire relative alle prossime agevolazioni fiscali. Se non è possibile fidarsi di un Fisco che, come nulla fosse, si rimangia leggi, decreti attuativi, circolari che affidabilità potranno avere in futuro agevolazioni, crediti di imposta ed altre misure a sostegno delle imprese?
Tutto questo avviene perché il legislatore fiscale che promette continuamente tagli di imposte e di aliquote e non può ovviamente mantenere ciò che promette essendo la spesa pubblica del tutto fuori controllo ha adottato questo stratagemma: “traveste” le imposte da sanzioni.
Se ci pensate bene è esattamente così. Ed è il proverbiale Uovo di Colombo. Nessun governo o amministrazione locale può aumentare l’imposizione fiscale senza perdere il 95% del suo elettorato e quindi cosa fa? Inasprisce le sanzioni e le pone a carico di comportamenti insignificanti ai fini del gettito.
I Comuni sono cronicamente a corto di risorse? Autovelox in ogni dove con il messaggio della tutela della salute pubblica dei cittadini e della lotta agli incidenti stradali. In bicicletta o a piedi si può commettere ogni sorta di infrazione al codice della strada ma con un mezzo targato un solo chilometro all’ora in più e sono dolori.
Mancata o tardiva trasmissione di dati irrilevanti ai fini della determinazione delle imposte (vedi le recenti comunicazioni ai contribuenti forfetari) aventi, a voler essere generosi, solo fini statistici? Sanzioni a iosa.
Mancate bollature di libri sociali o di altra documentazione che in qualsiasi paese civile del mondo è in formato elettronica e non deve essere bollata? Sanzioni.
Tardiva trasmissione di un bilancio ossia trenta giorni più uno dopo la sua approvazione? Sanzioni ad amministratori, sindaci e chi più ne ha più ne metta. Ovviamente il mancato deposito per qualsiasi altra ragione o il deposito di un bilancio con la cassa col saldo avere o senza pagine di nota integrativa o altro non hanno la benché minima rilevanza o sanzione.
E vogliamo parlare dell’aspetto sanzionatorio che colpirà chi, in questi ultimi anni, ha deciso di optare per il ghiotto sconto del 110%? Quanti saranno chiamati a pagare sanzioni pesantissime per irregolarità del tutto insignificanti per fare cassa ad una manovra in cui truffe e ruberie hanno creato un danno erariale di alcune decine di miliardi di euro, rendendo quella che poteva essere una manovra salvifica di un settore in crisi da decenni, quello dell’immobiliare, un boomerang destinato a colpire chi, in buona fede, si è efficientato la casa?
La domanda sorge spontanea. Quando questa fame inesauribile dell’Erario smetterà di essere l’ago della bussola della vita economica e fiscale di questo Paese? Quando le sentenze delle Corti Tributarie smetteranno di appiattirsi nella maggioranza dei casi sulle posizioni dell’Erario per accondiscenderne le fameliche brame? Quando il Codice della Strada smetterà di essere un banale pretesto per mettere le mani nelle tasche dei contribuenti travestendo quello che è in tutto e per tutto una “patrimoniale” ossia il possesso di un veicolo targato con una sana lotta a comportamenti scorretti alla guida? Quando inizieremo a sanzionare l’Amministrazione Pubblica per comportamenti che, se tenuti dal Contribuente, sono puniti in modo esemplare (penso ai ritardi nei rimborsi delle imposte o penso a certe liti che è un eufemismo definire temerarie)? Tralascio volutamente la tassazione sugli immobili perché vengo colto dallo sconforto.
Quando smetteremo di travestire il prelievo tributario in progresso, imponendo alle notifiche on line e tramite PEC lo stesso costo che avevano, ai tempi che furono, le care vecchie raccomandate di carta o spendendo per depositi telematici di bilanci o contratti di locazione le stesse somme che erano destinate a coprire costi di una carta che è almeno un ventennio che non c’è più. E a chi tuona invocando progresso e tecnologia ricordo che sono 20 anni (venti) che depositiamo i bilanci in formato elettronico e continuiamo a pagarli come si faceva al tempo delle lire……
Questo Paese merita un Fisco che non complichi gli adempimenti per poi sanzionare errori che qualsiasi Contribuente pur in buona fede può commettere, che non mortifichi una categoria professionale trasformandola in un azzeccagarbugli in grado di districarsi tra mille uffici ed adempimenti del tutto inutili, che non si rimangi promesse e leggi agevolative (a proposito…. Il Credito Ricerca e Sviluppo vi dice niente?) e che, da buona culla del diritto, almeno la gerarchia delle fonti del diritto e la non retroattività delle leggi le tenga in considerazione. Solo allora potremo richiamare dall’Estero investitori e capitali.
La Riforma fiscale che viene invocata da tante parti sembra, in quest’ultimo periodo, una speranza che può divenire realtà. Io questa speranza la coltivo e la nutro ma, come diceva qualcuno, la speranza è l’ultima a morire ma è la prima ad ammalarsi.